martedì 19 novembre 2013

TARZAK CONTRO GLI UOMINI LEOPARDO (1964)



Regia/Director: Carlo Veo [Charlie Foster]
Soggetto/Subject: Evo Dillinger
Sceneggiatura/Screenplay: Evo Dillinger
Interpreti/Actors: John Matheus, Ralph Hudson (Tanak), Nando Angelini, Nuccia Cardinale, John Chevron (Kamur), Willy Colombini, Liza Donzell (Shate), Dolores Francine (Kewa), Rita Klein, Mario Lanfranchi, Archie Savage (Tamobu), Harold Bradley (Libar), Marco Pasquini, Fernando Piazza
Fotografia/Photography: Mario Parapetti
Musica/Music: Aldo Piga
Costumi/Costume Design: Loredana Longo
Scene/Scene Design: Giuseppe Ranieri
Montaggio/Editing: Mariano Arditi
Produzione/Production: Century Film
Distribuzione/Distribution: Telexport
censura: 44077 del 31-10-1964
Altri titoli: Sambo contre les hommes léopards

La sigla iniziale ci mostra l’animazione del percorso fatto su una cartina geografica rappresentante l’Africa di una carovana di automobili che partita dal maghreb arabo, zizzagando in lungo e largo arriva fino in Sud Africa o giù di lì, il tutto inframmentato con immagini di repertorio di tribù e animali che popolano la savana. La carovana, composta da un gruppo di esploratori, non si è fermata perché giunta a destinazione, ma perché uno dei loro mezzi è rimasto impantanato in una palude. I poveretti ci provano in tutti i modi a tirar fuori il mezzo dal fango senza ottenere però alcun risultato, fortuna per loro c’è un indigeno del luogo che li spia da lontano, e vista la disagevole situazione corre ad avvisare Tarzak, l’uomo bianco che ha la casa costruita sull’albero!
A questo punto, visto il nome del personaggio che rasenta il plagio, ci si aspetta come minimo che entri in scena un qualcuno il più possibile somigliante a Johnny Weissmuller, il Tarzan per antonomasia sia come fisico che come abbigliamento. Invece niente di più sbagliato, ci ritroviamo davanti l’attore Ralph Hudson un energumeno muscoloso con tanto di peplum al posto della pelliccia di leopardo a coprirgli l’inguine e sandali ai piedi! Come nei migliori film di Maciste, che all’occorrenza appariva in epoche e paesi diversi, anche il nostro Tarzak non ha niente a che fare con il re della giungla, perché il film è in tutto e per tutto un peplum con un’ambientazione solo più esotica, alla faccia di chi si aspettava di vedere gli uomini scimmia o pseudo tali. Tornando al racconto, l’indigeno giunto sulla casa sull’albero informa Tarzak di quanto accaduto  “ Padrone, uomini bianchi con ragazza dai capelli color oro hanno la loro casa su ruote intrappolata nel fango!”. Padrone?!? Capelli color oro?!?? Casa su ruote???!!!?? A confronto i dialoghi sgrammaticati con i verbi all’infinito degli interpreti di colore di Via col vento, tipo quelli di Mamy come la storica frase “Avere detto e ridetto che vera dama in pubblico deve mangiare poco come uccellino, non stare bene che nella casa di Mister Wilkes tu abbuffarti e riempirti come tacchino” passano per dichiarazioni progressiste. Poi far chiamare Tarzak “padrone” porta ha due ipotesi: la prima è che l’indigeno è a servizio da lui nella casa sull’albero, cosa alquanto improbabile, la seconda che ne sia schiavo. Ma tralasciando queste considerazioni che inevitabilmente si fanno davanti a queste scenette alla Robinson Crosue e Venerdì (perché i rimandi sono quelli), torniamo al nostro Tarzak, che non ci pensa due volte ad andarli ad aiutare. Giunto sul posto trova la donna con i capello d’oro, che scopriremo poi essere la D.ssa Bart, insidiata da un coccodrillo mentre fa il bagno nel fiume, e siccome Tarzak non può essere Tarzan se non c’è la scena di lotta con il coccodrillo, le da di santa ragione al povero animale di gomma. Inoltre il nostro eroe, nel pieno della sua disponibilità, libera con la sua forza bruta l’auto dal fango con gioia di tutta l’allegra compagnia che si rapporta a lui con frasi del tipo “Ma allora non sei una leggenda, esisti veramente”. Pronti a ripartire Tarzak consiglia ai membri della carovana di passare per la terra degli uomini leopardo, loro obiettano che essi non hanno fama di essere tanto tranquilli, ma lui rassicura che non gli succederà niente. Fatto sta che non fanno in tempo a mettersi in marcia che vengono (ovviamente) attaccati dagli uomini leopardo, una parte viene uccisa ed un’altra catturata. Anche questa volta Tarzak viene avvisato dell’accaduto, ma al posto di spostarsi da un albero all’altro con le liane per andare più veloce e raggiungere il prima possibile il luogo dell’agguato come avrebbe fatto Tarzan, preferisce farsela a piedi, anche perché vista la non indifferente mole, avrebbe corso il serio rischio di sfracellarsi a terra sotto i rami che non avrebbero retto il suo peso. Giunto sul luogo, da prima seppellisce i morti e preso dai sensi di colpa va a liberare i sopravvissuti.  Per tutto il proseguo della pellicola la storia va avanti al ritmo delle assurdità raccontate fino ad ora, perciò non vi sto a riassumere anche di come Tarzak alla fine riesce a liberare i sopravvissuti e a sconfiggere il capo cattivo della tribù, perché spoiler a parte nell’economia degli eventi scontati narrati fino adesso il lieto fine era ovviamente più di quanto assodato. L'unico consiglio che posso darvi, nel caso riusciate a trovarne una copia, è quello di vederlo tra amici con minimo quattro birre di scorta per ognuno, perché farlo in qualsiasi altro modo non avrebbe alcun senso. Avrei voluto tanto raccontarvi anche del seguito di questo capolavoro del trash, dal titolo “Per una manciata d’oro”, girato sempre da Carlo Veo l’anno successivo, dove a interpretare Tarzak questa volta è Mario Novelli, ma purtroppo il film ad oggi non sono ancora riuscito a reperirlo, se casomai un giorno dovesse succedere voi sarete i primi a saperlo!

Recensione a cura di:

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